Qualcuno se li ricorda gli slogan dei razzisti di un decennio fa? Sì, d’accordo: gli slogan sono sempre gli stessi, solo che ultimamente s’è alzato il tiro con la sesquipedale panzana della remigrazione. Dice: «eh ma devi capire che loro parlano alla pancia della gente!». Pensa quanto mangiano male. Me li immagino a scegliere solo robe della Smart all’Esselunga.
Tempo fa la Lega (quella di Salvini che non era quella Nord ma che andava fagocitando il suo elettorato) aveva deciso di puntare sul cavallo vincente di Toni Iwobi. Originario della Nigeria, residente da un trentennio nella bassa bergamasca, ha vissuto un periodo di notorietà grazie alla intensa attività promozionale che il partito ha fatto su di lui. Sbagliando cavallo su cui puntare, con tutta evidenza. E il partito lo sponsorizzava con retorica da bar tipo: «questi sono gli immigrati che ci piacciono», quelli «come noi», come «noi leghisti» e lui, il Toni Iwobi lo seguiva a ruota. Pontida 2015 sta lì a dimostrarlo:
Ora Toni Iwobi è due anni che ha cambiato idea, direi “menomale” se non fosse che è nello stesso alveo di centrodestra: è approdato a Forza Italia, ma del resto anche Bossi prima di morire aveva dichiarato di aver votato il partito dell’ex amico-nemico Silvio.
Ecco, quando penso alle frasi sciocche quali: «aiutiamoli a casa loro», penso a Badawi. Vive con noi a Casa di case: è cameriere e steward allo stadio (quando lo chiamano) e nel frattempo ha messo in piedi, insieme ad altri suoi connazionali (è originario del Sudan), un’ong che si chiama “Inspire for change”. È registrata presso il governo del Kenya e ogni anno prepara decine di studenti del campo per rifugiati di Kakuma alla preparazione della domanda per l’ammissione alle università anglofone di tutto il mondo. Lui che in quel campo per rifugiati c’è stato venti anni.
Lui, sì li «aiuta a casa loro» ma mica come la intendono Iwobi o Salvini, Vannacci o chi per loro.
Durante l’intervista mi dice: «è che la vita nel campo non è un granché e allora io e altri ci siamo detti: “dovremmo fare in modo che altri non vivano come abbiamo vissuto noi”».
Per quelli che «aiutiamoli-a-casa-loro», invece, la intendono proprio nel senso opposto: facciamoli stare male, “remigriamoli”, inaspriamo le pene, aumentiamo i tempi per la richiesta dei documenti per chi si vuole regolarizzare e via dicendo.
Per chi ha tempo e voglia, ho chiacchierato con Badawi e ne è venuto fuori l’articolo pubblicato oggi su L’Eco. Lo trovate qui pronto da leggere.