Perché

Ho aperto il vocabolario «A sgargét in dol mé bergamàsch (Rovistando nel mio bergamasco)» di Guerino Brozzoni e, dopo una consistente sezione introduttiva in cui viene citato a più riprese, quasi per opera devozionale, l’autore vicentino Luigi Meneghello, si arriva alla prima lettera del vocabolario.
C’è da fare una precisazione: non si tratta del vocabolario bergamasco-italiano ma del suo, di Guerino Brozzoni. Di quel bergamasco che ha conosciuto, ha studiato e che ha parlato nel corso della vita. Non a caso il sottotitolo del libro recita: «un ambiente, una storia, una vita in un vocabolario».
Nessuna pretesa di intitolarsi nulla se non quella della lingua e delle espressioni tipiche della valle in cui è nato e vissuto: la Val Serina.

Alla lettera a la prima parola ad essere stata riportata è àa: ape. La seconda è abelase/abelasì: piano, adagio. Se raddoppiato suona così: abelasì abelasì e si traduce con piano piano. Brozzoni scriveva: «adagino adagino».

Da forestiero, straniero, uno di quelli che in terra bergamasca si sente dire che «non è mica dei nostri» (*), mi affascina lo studio di questo dialetto (di questa lingua!) così difficile da poter iniziare a parlare (che incubo la pronuncia corretta di dieresi e di vocali chiuse!) a cui sto tendendo l’orecchio, come si fa con le melodie o i suoni mai ascoltati prima a cui bisogna prestare più attenzione per cercare di capire cosa stiano suonando, dicendo e trasmettendo i musicisti. Il fatto che un bergamasco si rivolga a me nella sua lingua lo interpreto come fatto positivo: significa, forse, che mi stia iniziando a considerare uno-di-loro. Spesso, per entrare meglio in sintonia con quei suoni, chiedo ai parlanti nativi che si rivolgono a me in bergamasco di ripetere la frase e di rallentare: abelase.

Lo stesso lo faccio quando devo guardarmi attorno e capire la complessità del mondo che mi e ci circonda tutti: abelasì abelasì, piano piano.

Dare subito la risposta pronta, fornire un pensiero condensato in un meme o in un numero stabilito di caratteri, in un video che cattura l’attenzione di chi guarda per 30 secondi, salvo poi non ricordarsi più nulla di quello che si è visto. Ecco, anche in quel caso: abelase.

Camminare domandando, abelase.

Questo è il perché che c’è dietro a questo blog.
Questa è la ragione che mi e ci spinge ad andare più lenti e a cercare di capire quel che è stato, quel che viviamo e quel che vivremo.


(*) Curioso, a tal proposito, che in «A sgargét» non vi sia neanche una parola che indichi lo straniero: non c’è “forestiero” (eppure «l’è forester» l’ho sentito più volte, indirizzato a me, masticato e pronunciato tra un sorriso – bergamasco, neh – e l’altro); non c’è “straniero” (eppure anche questa parola esiste); non c’è neanche “nostro” (eppure «l’è mia dei nosc» è la tipica espressione che sancisce i confini ideali e fisici tra paesi, quartieri, rioni e perfino condomini).
E forse non è una coincidenza.