
«Quando sono arrivato in Italia mi sono scoperto africano e nero: qui ho imparato a pormi la domanda riguardo cosa significhi provenire dal continente africano». Filomeno Lopes è giornalista di «Radio Vaticana» e saggista. Ha da poco dato alle stampe la sua ultima fatica intitolata Cambiare paradigma (Stefano Termanini editore, 23€, pp.180) e lo ha presentato il 2 ottobre presso il Centro unico per la formazione missionaria (Cum) di Verona.
C’è chi sostiene l’impossibilità di leggere e capire la grammatica del presente, di comprendere l’eterno caos della “Terza guerra mondiale a pezzi”, talmente denso da rendere quasi impossibile la vista della luce in fondo al proverbiale tunnel. Non è nell’ambito della semplessità, come si direbbe nelle scienze sociali e pedagogiche, che si muove l’analisi di Filomeno Lopes: se ciò che ci circonda è complesso, dobbiamo anzitutto tentare di comprendere ogni piega della difficoltà di lettura dell’attuale, non semplificarne linguaggio e concetti. Magari cominciando ad analizzare e studiare partendo proprio dall’Africa. Un continente di 54 stati che in geopolitica non è compreso né nel termine di occidente né in quello di oriente, sebbene oggetto delle mire neo coloniali nord americane, europee e cinesi.
Eppure si tratta del luogo più brulicante di vita del Pianeta.
L’Africa è letteralmente la gioventù del mondo: l’età media negli stati che compongono il continente è di 19 anni mentre in Europa è di 44. È uno dei continenti potenzialmente più ricchi, eppure al positivo sviluppo del Pil dei suoi stati non corrisponde la ricchezza dei popoli, che finisce da secoli ad arricchire l’occidente, in varie forme, nonché la corruzione per meglio servire il nuovo colonizzatore.
Lo ha ribadito lo stesso Lopes nella due giorni di docenza presso il Cum soffermandosi su quanto il nord del mondo abbia attinto dal sud e in particolare dall’Africa. A partire dai pilastri che ne formano l’identità, il nord-del-mondo ha progressivamente sminuito e svilito: «le lingue africane sono state derubricate a dialetto, la spiritualità del continente a superstizione e la cultura in folklore», ha affermato Lopes. A maggior ragione se tale presenza si è manifestata con l’espressione della colonizzazione fascista e razzista portoghese parafrasabile nella frase: «não se fala com os macacos [non si parla con i macachi]».
«All’Africa manca un pensiero endogeno», ha detto Lopes, uno slancio vitale che mantenga viva la fiamma dell’indipendenza dai colonizzatori, soprattutto perché le nuove generazioni non hanno dato la propria fiducia alla popolazione «ma a quella del partito». Dunque a loro stessi nella speranza di accrescere la propria posizione a discapito della moltitudine.
E se la realtà non è facile da comprendere, ancor meno lo sono i meccanismi che ne sostengono il sistema economico: «l’indipendenza è stata una lotta di popolo, quasi una realtà epistemologica che oggi è totalmente assente». Anche perché l’Occidente politico ed economico ha agito in un solo modo nei confronti degli stati africani: «con il meccanismo del debito, del Fondo monetario, attraverso la Banca mondiale, è stato impedito loro di pensare una qualsiasi politica di sviluppo perché si è imposto il controllo del debito, la privatizzazione conseguente dei servizi essenziali per il pagamento del debito (e suoi relativi interessi). È successo ieri in Grecia durante il governo Tsipras e in Italia con l’imposizione dell’esecutivo Monti, succede oggi in Bolivia con la presidenza di Paz Pereira. Succederà certamente domani.

Cosa significa allora liberarsi dalla colonizzazione? Secondo Lopes «decolonizzare» significa «uscire dal mimetismo». Vale a dire quel processo per cui gli stati africani hanno continuato a reiterare stilemi di organizzazione prettamente coloniale anche nel periodo successivo all’indipendenza. «Il mimetismo – ha detto Lopes – fa vivere ciò che gli africani non pensano e a pensare ciò che essi non vivono». Una costituzione occidentale presa e impiantata in uno stato africano (sia esso dell’est o dell’ovest del continente) spesso provoca danni in Nigeria, in Senegal o in Costa d’Avorio: «è per questo che il multipartitismo in Guinea-Bissau non è altro che la rappresentazione peggiore dell’occidentalismo», ha tuonato il giornalista.
Se a un popolo viene negato lo studio della propria storia, è relegato ai margini della propria esistenza, anche perché per secoli «l’Africa è stata definita come continente privo di storia». «Si procede con il mitizzare le rivoluzioni occidentali e non ci si rende conto di quanto la Guinea-Bissau – secondo Lopes – ha fatto contro il salazarimo e contro le bombe della Nato». Amilcar Cabral diceva che bisognasse pensar para melhor agir e, secondo Lopes, oggi bisogna insistere sull’istruzione. Sul lavoro culturale, si sarebbe detto (molto) tempo fa in Italia.
Difficile? Certo. Ma è quello che serve per provare a invertire il detto gramsciano per cui la scuola insegna in un’aula vuota («senza scolari»).
Iniziare ad affollare le aule è necessario. Cercando anche di prendere appunti.