Chi l’ha detto che a Berlino non ci si possa andare ad agosto? Ma soprattutto chi ha detto che ad agosto si debba andare solo al mare o in montagna?

Per molti (me compreso) Berlino fa rima con un immaginario che a ben vedere sembra essere del tutto scomparso o relegato ai margini del turismo di massa. Mi riferisco alla cultura legata al fenomeno dell’Ostalgie, la nostalgia dell’Est (Ost), di coloro che hanno vissuto tanto la Repubblica democratica tedesca (Rdt) quanto la successiva riunificazione (che più di qualcuno ha provocatoriamente chiamato Anschluss, annessione). Il neologismo ostalgie è stato attestato già a partire dal 1993: neanche un lustro dopo la caduta del muro. Sarebbe ingenuo da parte del visitatore, flâneur o turista mordi-e-fuggi voler imbattersi in quartieri o porzioni della città in cui il passato si faccia presente e diventi quotidianità. Le due Germanie non ci sono più, il Muro è crollato e la Rdt (Ddr, l’acronimo tedesco) non esiste da un pezzo. E quel mondo è crollato senza che un solo colpo fosse sparato (un discorso valido anche per l’Urss). Molta dell’attuale Ostalgie non sta nel recupero di organizzazioni o forme di vivere di quell’epoca da parte di chi ha vissuto la Rdt ma nella riproduzione commerciale di quelli che furono marchi popolari della Germania socialista, tanto in ambito alimentare quanto in ambito della cultura popolare, cartoni animati compresi (Sabbiolino, ora pro nobis). L’unico marchio ex-orientale che sembrerebbe resistere con una storia a sé e non inglobata nel mercato dell’Ostalgie è quello della Vita cola, una tra le bevande zuccherine socialiste che voleva essere concorrente alla Coca o alla Pepsi. Proposta alla vendita della Germania comunista nel 1958, cessò di essere venduta al momento del crollo della Rdt. Rilevata da un gruppo di imprenditori locali della Turingia (è prodotta a Smalcalda), continua a vivere e ad essere venduta tanto da superare sia la Pepsi che la Coca-Cola ad inizio millennio.

Trabi
La Trabant è forse l’ultimo simbolo palpabile dell’Ostalgie: a Berlino si mantiene vivo un ricordo del mezzo a due tempi della Germania socialista per la sola soddisfazione del turismo di massa. Se la Volkswagen era l’auto del popolo (letteralmente) dell’Ovest, la Trabant lo era per la parte Est, nonostante i tedeschi orientali dovessero aspettare lungamente prima di ricevere l’auto e nonostante i suoi 24 cavalli di potenza massima non ne facessero una vettura da corsa, eufemisticamente parlando. Per solleticare il turista esiste a riguardo più d’un’agenzia che, per poco meno di un centinaio d’euro, organizza dei tour guidati a bordo di Trabant tirate a lucido, targate come se fossero state immatricolate di recente e verniciate con inguardabili trame leopardate, zebrate o sgargianti colori pastello.

Le piccole Trabant sembrano fare il solletico ai palazzi vetrati o ai Suv di cui anche Berlino pare essere infestata, che siano cinesi importati o autoctoni. Chissà come l’avrebbero presa i tedeschi orientali se avessero letto della tendenza dei produttori di auto a realizzare veicoli sempre più grandi, a tal punto da mettere a rischio i centri storici e la vivibilità stessa delle città. O per altro verso: chissà come l’avrebbe presa Christiane Kerner, la madre di Alex del film Goodbye Lenin! che era solita scrivere lettere di reclamo tanto al responsabile del fabbricato quanto alle aziende produttrici di vestiti della Rdt affinché rispettassero le taglie delle persone reali. Ma Goodbye Lenin! è, in fondo, solo un film e sebbene il sentimento ostalgico sia stato messo su pellicola e apprezzato in tutto il mondo, questo non ha fatto altro che aumentare la produzione commerciale di cibo tipico della Rdt (specificando anche sull’etichetta che si tratta proprio della ricetta originale della Ddr), di magliette e bandiere col compasso e martello o di miniature della Trabant.
Riprodotte in ogni minimo dettaglio, i modellini della Trabi 601 sono tutti made in China e venduti anche nei chioschi del turismo di massa, così come lo sono le bandiere che puoi comprare per dieci euro da venditori ambulanti, che all’occorrenza sanno anche venderti ombrelli od orrendi ponchos per ripararti dalla pioggia. Come quelli che indossano i turisti a Venezia che li fanno sembrare dei preservativi con le gambe.

Anche i mitici cetriolini sottaceto dello Spreewald sono tornati compiacendo la vecchia estetica socialista, soddisfacendo il compratore attento ai simboli e alla nomenklatura: in realtà a Lübbenau/Spreewald di aziende produttrici di cetriolini ce ne sono moltissime ed ognuna di loro rivendica il primato di autenticità, bontà e produzione migliore dell’altra. Ma, «hey: questi qui hanno il simbolo del compasso e martello e costano più degli altri, per una volta puoi permetterteli». Anche se c’è da dire che quelli prodotti a Lübbenau/Spreewald sono buonissimi e succosissimi e no, non erano i Cetrioli di Mosca (Moskauer gurken) che venivano, contrariamente all’aggettivo, dall’Olanda, come nella celebre sequenza di Goodbye Lenin! una volta caduto il muro.
La Rdt è un giro di gondola (per rimanere ancora un po’ a Venezia) o un museo interattivo che riproduce un appartamento dei condomini socialisti, la cultura-pop e l’estetica del partito unico al governo (la Sed). Una Rdt cucita su misura per il turista che arriva a Berlino, non conosce nulla della storia passata e si è lasciato incuriosire da quelle piccole macchinine strane che ha fotografato con Google Lens per capire cosa diavolo fossero, se davvero la gente le utilizzasse per gli spostamenti, affidando la sua conoscenza ad una multinazionale americana per venire a sapere di un pezzo di storia che gli Usa volevano far fuori il minuto prima che nascesse. Oppure al contrario è una grande trappolona per chi crede di aver posato le mani su un pezzo di vita autentica della vecchia Germania Est. I simboli del passato non sono più a buon mercato e Berlino ti fa pagare tutto. Perfino la nostalgia. Ostalgie, bitte.
«Deutschland, Deutschland, alles ist vorbei»! Qualche decennio fa il gruppo tedesco Daf pubblicò una irriverente canzone dal titolo «Kebap Träume». Il duo ironizzava sui cambiamenti in corso nella società tedesca e sui luoghi comuni tipici del razzismo urlando che la città del Muro iniziava a sognare i kebab, che la Ddr era la Nuova Izmir, che stava imponendosi la cultura turca al di là del filo spinato, ripetendo per quattro minuti due strofe identiche fatte di amarissima satira. La canzone culminava col grido finale di: «Germania, Germania: è tutto finito». La sagacia era presente anche nella “d” ulteriore all’acronimo tedesco di Repubblica democratica che diventava così D-DDR. Ovvero Dismantled – Deutsche Demokratische Republik: la repubblica era stata smantellata. D’altronde anche gli influencer del cibo dicono che se si vuole mangiare un kebab come si deve, Berlino è il posto giusto, mica Smirne o Istanbul. Certo, per la gente di allora era davvero tutto perduto, ma qualcosa di nuovo stava nascendo, benché ancora incerto nell’appoggiare i piedi e con le articolazioni non troppo salde. E che, forse, come dalle nostre parti, non ha ancora fatto i conti con i propri molteplici passati. Perlomeno non del tutto. Altrimenti sarebbe inspiegabile lo stato di semi-abbandono, comunque d’indifferenza generale, in cui versa il monumento al partigiano e pastore protestante Dietrich Bonhoeffer. D’altronde agli influencer che visitano Berlino realizzando video da 15 secondi non piace schierarsi o prendere posizione, gli interessano i like e le connessioni che generano profitto, i morsi ben assestati ad hamburger che fanno salivare gli utenti, gli hashtag sunset lover con le foto della Porta di Brandeburgo. Le persone che hanno combattuto il nazismo hanno un nome e un cognome ma non portano interazioni.

Ma allora cosa rimane?
Rimane una città splendida e dura allo stesso tempo, dal centro fino alla sua sterminata periferia (chi ha detto che Pankow non sia da vivere una volta giunti sul posto?), che ha attraversato il Novecento e che ha, in un solo secolo, interpretato tanti e vari ruoli da protagonista e da antagonista malvagio sul proscenio della storia contemporanea. Resta una città con più facce che ospita i giardini Marx-Engels e i luoghi dell’orrore nazista, le pietre d’inciampo per ricordare i deportati e le targhe apposte dalla Rdt per ricordare i martiri di chi, perseguitato durante il nazismo, ha combattuto ed è morto per liberare la Germania. Fedele, forse, al pensiero di Eraclito che stabilisca sia impossibile gettarsi due volte nella stessa acqua di un fiume, poiché tutto scorre, allo stesso modo la città si trasforma e non è più quella della memoria individuale di una singola persona o di quella collettiva di un’associazione o di un partito. Ma di chi la vive rispettoso del suo presente innervato di passato.
Über allen, non alles. Sopra, oltre tutti e non «al di sopra di ogni cosa».






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